Leader e informazione nell’ottica ontopsicologica: il convegno UNESCO del 2000

Il 20 giugno 2000 Meneghetti tiene un Convegno internazionale presso l’UNESCO intitolato “Il ruolo del leader e delle risorse umane nell’era dell’informazione”. Nel suo intervento Meneghetti attacca l’assistenzialismo e invita ad assecondare la tensione al primato che c’è in ogni persona. Dare responsabilità al malato, al povero, al delinquente. “Bisogna incrementare la responsabilità in coloro che hanno perso”, dichiara il Professore, “non si deve colpevolizzare sempre il sistema di turno, i vincenti di turno, i maschi di turno, perché questo modo di procedere denota una forma di ossessione e di nevrosi, alla ricerca del vincente d’occasione per distruggere anche lui. In quanto uomo, io sono anche “ogni uomo” e, appunto e per questo, non posso risparmiare a lui le responsabilità che io grande vivo dentro di me (…) se vogliamo che tutti arrivino a quanto spetta loro per diritto di natura e diritto di persona, bisogna che la società li aiuti a responsabilizzarsi su quei valori che poi saranno il piedistallo della loro grandezza, della loro riuscita, della loro fortuna, della loro economia, della loro politica e di tante cose meravigliose nelle quali lo spirito sconfina eterno”. All’inaugurazione è presente il Vice-Direttore Generale dell’UNESCO, Francine Fournier.
La conferenza è contenuta in “Sistema e personalità”.

Pubblicato in: on luglio 6, 2010 at 1:25 pm  Lascia un commento  
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Bellezza conforme alla moda o bellezza conforme alla vita?

Facendo zapping tra i vari canali televisivi ci si ritrova sovente in un mondo fatto di bellezze maschili e femminili che mostrano i propri corpi scultorei e la propria semi nudità. Non ci sarebbe davvero nulla di male nella bellezza estetica della figura umana se non per il fatto che i mezzi di comunicazione di massa impongano modelli estetici da imitare. Ci si sente fuori luogo senza quel tipo di naso, quel tipo di seno, quel tipo di addome, quel tipo di fianco, come se l’idea del bello rientrasse in un canone precostituito al di fuori del quale non ci si sente liberi e sereni della propria esteriorità, in quanto non si corrisponde al prototipo massmediale imposto dalla propria cultura di appartenenza. Fanno certamente bene ad approfittarne i titolari di centri estetici e le cliniche di chirurgia che su questo senso di inadeguatezza costruiscono imperi economici. Certamente non si vuole ora fare il processo alla bellezza, né tantomeno si vuole fare un invito aperto ad accettare la propria bruttezza in modo rassegnato, ma ci si è mai chiesti in modo critico cosa sia in realtà l’idea di bello? Secondo il pensiero dell’Ontopsicologia la vita pone già la bellezza nelle sue creature (piante, animali, esseri umani…) ma è poi loro compito e responsabilità mantenerla e curarla. Per capire questo basta osservare la natura: l’architettura dei minerali, la proporzione geometrica del fiocco di neve, il design dei fiori. Si osservino gli animali che passano gran parte del loro tempo a lavarsi e lucidarsi il pelo per farsi belli, oppure si guardino le foglie delle piante che quando si ammalano diventano brutte. La bruttezza non è quindi la non aderenza ad un precostituito, ma il segnale di un problema, dell’alterazione di una normalità che prevedrebbe il Bello. Quando invece si è nel pieno delle proprie funzionalità e si sceglie il bene per se stessi, allora si diventa conseguentemente belli. L’autore nei suoi testi scrive: È una bellezza che quando si mostra fa piacere dentro in chi la riceve, per cui il fruitore la vive non perché tutti dicono che è bello, ma perché lo commuove, lo coinvolge, lo fa entrare in una plasticità che lo fa esistere diversamente dal precedente stadio in cui si trovava.

Pubblicato in: on maggio 31, 2010 at 8:25 am  Lascia un commento  
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Che cos’è la Cinelogia?

La Cinelogia è uno strumento di intervento del metodo ontopsicologico che premette di analizzare e comprendere le emozioni che lo spettatore prova durante la proiezione delle immagini filmiche (se ne parla secondo il metodo ontopsicologico sin dal 1980) Bisogna riflettere sul fatto che quando guardiamo un film non riusciamo a rimanere indifferenti, ma anzi, ci commuoviamo, ci emozioniamo. Ma da dove nascono quelle emozioni? Perché proprio durante quella scena mi emoziono? Perché io mi commuovo e l’amico accanto no? Eppure il film è lo stesso!

La cinelogia, attraverso propri criteri di lettura e di analisi, è uno strumento che permette di comprendere il perché di quelle emozioni. Non bisogna dimenticare che la conoscenza umana si basa sulla proiezione: ognuno di noi è a modo suo e da questo suo modo vede e sceglie la realtà e le persone (i personaggi del film) per come egli è non viceversa.

Quando guardiamo un film siamo attratti solo da alcune immagini, solo da alcuni personaggi, cioè ognuno vede e metabolizza il film a modo suo.

Attraverso la cinelogia è possibile fare un’analisi della realtà psicologica del soggetto (spettatore) e di come egli si pone in relazione agli altri, affrontando anche e soprattutto quella parte nascosta (inconscia) che in occasione del film si espone e si presenzia.

Pubblicato in: on aprile 22, 2010 at 1:14 pm  Lascia un commento  
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A monte della frustrazione dell’uomo: gli sbagli dell’Io logico-storico

Non è per retorica che si afferma che la maggioranza degli esseri umani vive in una condizione di frustrazione esistenziale. Volendo compiere un’analisi oggettiva del reale, ad esempio, si può provare a togliere alla parola “frustrazione” ogni coloritura emozionale-affettiva e ogni preconcetto che ci farebbe cadere subito in un giudizio di valore. In realtà, il concetto di frustrazione è primariamente riconducibile ad un mero “conto economico”: è uno sforzo pari a 100 con raccolta (se c’è raccolta) pari a 10 o 20. Afferma Antonio Meneghetti che la frustrazione, in sostanza, si determina “da una sproporzione fra erogazione di energia e rientro in perdita”. In linea di massima, l’uomo non solo non raccoglie, ma perde anche il seme. In Ontopsicologia si chiarisce che, nella dinamica fra In Sé ontico e Io logico storico, chi non sbaglia mai è l’In sé ontico: per sua natura, non conosce l’errore. L’In Sé infatti scrive e specifica dentro ogni individuo le leggi universali della natura. È l’Io logico storico, invece, ad avere la responsabilità di scegliere e agire in coerenza con le indicazioni dell’In Sé: se c’è coerenza, la crescita del soggetto è necessaria e inevitabile.

Pubblicato in: on marzo 17, 2010 at 10:05 am  Lascia un commento  
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Ballare sì… ma come?

Attualmente, nel panorama sulla realtà della danza, ogni stile di ballo – dal rigoroso balletto classico a quello delle discoteche – sembra essere basato per lo più su movimenti stereotipati che non esprimono, dunque, la vitalità e la sanità della persona. Molto spesso, infatti, chi balla risulta totalmente assente dalla percezione del proprio corpo e si trova a compiere i diversi movimenti in forma meccanica.

Lo stesso dicasi per le attività attualmente proposte nelle palestre (ad esempio l’aerobica, lo spinning, etc.): ritmi di lavoro ai quali si sottopone l’organismo intensi ed eccessivamente faticosi, per non parlare della musica utilizzata nelle lezioni, a dir poco assordante, frenetica e – da un punto di vista melodico – non proprio “biologica”.

Analizzando gli accompagnamenti musicali abitualmente utilizzati, emerge infatti che si tratta in prevalenza di musica che altera il naturale ordine biologico, e quindi la sanità, dell’organismo. Ciò accade perché anche in campo musicale la produzione “artistica” è in gran parte l’esposizione delle problematiche irrisolte del compositore o del musicista, e non l’espressione della sua irripetibile unicità.

Per risolvere tale situazione, è necessario eseguire un ballo che sia la manifestazione dell’unicità di ogni partecipante, e che coinvolga il corpo in maniera globale ed in sincronismo con la psiche, come appunto avviene nella melolistica e nella melodance, due degli strumenti di intervento dell’Ontopsicologia.

Pubblicato in: on febbraio 11, 2010 at 12:20 pm  Lascia un commento  
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Complesso dominante

Il complesso dominante è quello che tende con maggior frequenza alla coazione a ripetere, non consente ciò che gli è contrario, consente deviazioni sporadiche ed altre forme complessuali, solo se di rinforzo al dominante, o predisposizione ambientale al dominante.
L’In Sé ha tanti fasci o pulsioni che si evolvono al contatto con l’ambiente. L’Io è il potenziale più realizzato tra queste pulsioni dell’In Sé, il fascio più forte capace di costellare tutti gli altri; è la valenza che ha maggior metodo per essere struttura funzionale dell’In Sé al mondo esterno. Non sempre, però, l’Io – più accreditato esternamente – è il più forte nella vita.

Pubblicato in: on gennaio 10, 2010 at 2:44 pm  Lascia un commento  
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Melolistica e sovraccarico informativo

Marcia Emery (consulente ed insegnante universitaria statunitense) precisa che, nel lavoro, è indispensabile “tagliare” la quantità eccessiva di informazioni nella mente, per poter andare “dritti al punto” risolutivo. Aggiunge inoltre che spesso il sovraccarico informativo si determina perché, invece di decidere fidandosi del proprio intuito, ci si rivolge ad esperti, familiari ed amici, che – afferma – ci “sommergono” di informazioni. In realtà è sufficiente anche il solo guardare un cartellone pubblicitario, o l’ascoltare un certo tipo di musica, per essere “bombardati” di informazioni.

La melolistica (uno degli strumenti di intervento dell’ Ontopsicologia) è una tecnica che, oltre a “sbloccare” le parti somatiche ferme o stanche, a livello mentale riattiva il movimento delle cellule nervose (i neuroni), poiché consente a queste cellule di “ballare” su un ritmo consono alla propria natura. Dal momento che, per propria specifica costituzione, ogni cellula si nutre di ciò che la identifica, mentre espelle ciò che non le è proprio, durante la melolistica vengono eliminate le informazioni in eccesso a livello cerebrale.

Pubblicato in: on dicembre 3, 2009 at 10:09 am  Lascia un commento  
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La musicoterapia “tradizionale”

Ufficialmente il termine “musicoterapia” è stato coniato dalla scuola medico-psichiatrica, in base a tre situazioni.

1) Da studi compiuti da biologi si sapeva che la musica è qualcosa in dotazione universale del mondo vegetale ed animale; si scoprì che piante ed animali metabolizzano, crescono e producono in rapporto a determinati timbri musicali e melodie. Conseguentemente, alcuni medici e psichiatri interessati alla malattia mentale (specialmente al mondo della disabilità e dell’autismo), avendo notato la reazione sensoria alla musica nelle piante e negli animali, pensarono che si potesse provocare una reazione simile anche negli esseri umani malati. Inoltre, dalla loro esperienza con i diversamente abili, risultava che i malati avevano una reazione interessata alla musicalità.

2) Molti medici – per lo più psichiatri e chirurghi – avevano o hanno una particolare sensibilità o preferenza per il mondo musicale, sia come hobby culturale che come necessità di compensare nella sublimazione, spiritualizzazione o alibi traspositivo della musica, l’eccessivo meccanicismo di una professione troppo fisiologica.

3) Alcuni musicisti erano interessati all’assistenzialismo psicologico in genere, per dimostrare un impegno nella compartecipazione all’aiuto umanitario e compensare così il troppo distacco dai bisogni umani che spesso la loro professione implicava.

Dall’incontro di alcuni musicisti, psichiatri e chirurghi, facilmente si giunse all’idea di utilizzare la musica a funzione curativa, o perlomeno stimolativa. Da questo entourage nasce la musicoterapia moderna, che consiste nello strumentalizzare la musica per fare reagire i portatori di handicap o altro tipo di malato (autistico, schizofrenico, etc.). Questa è l’origine della musicoterapia, che successivamente è stata elaborata in svariate forme dalle differenti ottiche culturali.

Pubblicato in: on novembre 3, 2009 at 10:21 am  Lascia un commento  
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La scoperta del campo semantico

La scoperta di ciò che è stato poi definito “campo semantico” è nata da una dura ricerca dove la verifica era la sparizione stabile del sintomo.
In sede di training, il prof. Antonio Meneghetti poteva rendersi conto del parlare scisso del soggetto che stava analizzando. Il paziente appariva in un modo ed esisteva in un altro, sia attraverso i cifrati del campo cinesico-prossemico, sia attraverso induzione, analisi, anamnesi e tutto quello che si conosce nel mestiere di psicoanalista. Però rimaneva il fatto che anche quando dava coscienza del comportamento schizofrenico al soggetto, il sintomo non scompariva.
Capitava invece un fatto strano. Antonio Meneghetti – la cui mente era solidamente costruita nell’attenzione della ricerca seria di tanti anni di almeno otto ore di studio al giorno – sapeva quanto poteva nell’attenzione quando indagava un fenomeno. Sapeva per esperienza di anni che non poteva distrarsi. Invece, durante il training, nonostante la connotazione esterna che il paziente dava dei fatti, accusava diverse distrazioni e frequenti fantasie che gli si associavano di continuo alle distrazioni iniziali. Era come se la sua distrazione avesse un proprio spostarsi autonomo da dove egli razionalmente voleva concentrarsi. La distrazione era costante quando Meneghetti metteva a fuoco la possibilità di introspicere il paziente. Nonostante la propria cultura e lo sforzo logistico nella interpretazione di tutte le tipologie che il paziente poteva indicare o lui stesso poteva rilevare, dando una interpretazione più esatta del momento e sempre disposta a qualsiasi variazione, Antonio Meneghetti constatava in sé l’insistenza della distrazione. Ciò accadeva anche durante l’interpretazione onirica.
La prima reazione fu di crisi: rassegnandosi a lasciare ad altri la possibilità di continuare la psicoterapia, Antonio Meneghetti aveva deciso di abbandonare la pratica clinica. Senza discutere intendeva allontanarsi. Prima di arrendersi, però, decise di provare in sede seria se ciò che lui coscientizzava come distrazione, come fantasia associata, fosse probabilità di chiaroveggenza, cioè cominciò a prendere sul serio tutto quello che il suo sforzo logistico tendeva ad escludere. Cominciò a porre il supporto di realtà a tutto quel mondo che sino a quel giorno gli era sembrato assurdo, non controllabile. Provò a porre tutta una concretezza di serietà, e ogni volta che poneva il supporto di realtà a tutto quell’insieme fantasmagorico senza senso, non solo incontrava molto più oggettivamente il paziente, ma il sintomo spariva.
Ponendosi nell’ottica delle indicazioni fantasiose fuori posto, incontrava la realtà dell’altro, incontrava dove egli aveva la sua casa, dove c’era veramente lui. Dando serietà – ma una serietà uguale a quella che un ingegnere può dare ai propri calcoli mentre fa il cemento armato, o a quella di un fisico nucleare quando calcola la probabilità di massa – finalmente vedeva tutto l’altro anche dove non si sapeva, e il sintomo spariva.
Si guardò bene, tuttavia, dal definire il fatto una dote paranormale. Una volta preso con realtà tutto ciò che era dissesto di fantasia, Antonio Meneghetti vi immetteva la stessa logica altrove definita razionale. In sostanza applicava gli stessi parametri della ragione a ciò che aveva l’unico errore di non sembrare reale esterno. Quindi non si trattava di annullare la ragione, ma di investirla su zone ritenute irreali, non esistenti. Da qui il principio fondamentale della scuola ontopsicologica: per conoscere l’uomo bisogna usare tutto l’uomo (quelle fantasie facevano parte del soggetto e quindi andavano analizzate).
Del campo semantico si conosceva già qualcosa (si chiamava l’outside, cioè il “fuori luogo”, il “fuori da te”). Nell’avanzata psicologia “scientifica”, infatti, si era già a conoscenza del fatto che, ad esempio, un soggetto calmo e buono poteva invece essere operativo di disgrazia e di disordini nel contesto a lui prossimo – ospedale, famiglia, convento, amici, etc. – cioè che esisteva la possibilità di attivare altri rimanendo immuni. Meneghetti, però, aveva inquadrato il fenomeno per come agiva, lo aveva analizzato bene e infine l’aveva chiamato “campo semantico”, esattamente sull’omologazione dei campi magnetici, dei campi energetici.

La musicoterapia

La musicoterapia è una modalità di approccio alla persona che utilizza la musica o il suono come strumento di comunicazione non-verbale, per intervenire a livello educativo, riabilitativo o terapeutico, in una varietà di condizioni patologiche e parafisiologiche.

“La musicoterapia è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive.
La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione intra- e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.”

Pubblicato in: on agosto 27, 2009 at 10:02 am  Lascia un commento  
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